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LO PSICOLOGO A SCUOLA. PERCHÈ?

Pubblicato da in Psicologia ·
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I cambiamenti sociali, culturali e tecnologici impongono alla società moderna nuove esigenze e modelli socio-relazionali, e questo è a maggior ragione sempre più evidente quando ci riferiamo ai contesti in cui gli attori principali sono i ragazzi.
In tal senso, la scuola si pone quale istituzione primaria in cui si esplica il percorso di crescita socio-affettiva, oltre che formativa, e nel corso degli anni le problematiche che emergono al suo interno divengono sempre più complesse, così come più complesso è il mondo in cui essa è inserita. Episodi di bullismo, casi di violenza tra pari, disturbi dell’apprendimento sono soltanto alcune, le più clamorose ed evidenti situazioni in cui si impone la necessità di intervenire facendo riferimento a professionisti specializzati. Ma in realtà sono diversissimi i casi in cui avere a disposizione una figura competente può essere l’unica condizione sine qua non accorgersi ed intervenire in tempo rispetto ad alcuni “campanelli d’allarme” diviene piuttosto difficile.
Pensiamo ai disturbi alimentari, che non sempre si presentano con una preoccupante perdita  di peso, oppure all’isolamento spesso confuso con eccessiva timidezza, o alle costanti crisi di pianto di un bambino non appena mette piede all’asilo, o a quei tanto banalizzati stati “depressivi”, temporanei se contestualizzati ed elaborati, che fanno seguito alla prima delusione d’amore piuttosto che alla separazione dei genitori.
Tutti questi e molti altri rappresentano stati di disagio che devono essere non solo riconosciuti ma anche gestiti con competenza, e i docenti, per quanto sensibili, attenti e formati, non possono da soli far fronte a tutti i bisogni emergenti. Qui entra in gioco la figura dello psicologo che, legislativamente parlando, soffre ancora la mancanza di un riconoscimento univoco all’interno dell’istituzione scolastica.
Ad oggi, lo psicologo a scuola è un “servizio” di cui l’istituzione può decidere o meno di avvalersi. In classe non può entrare, il suo lavoro per e con i ragazzi, nonchè con i loro familiari ma anche con il personale docente - che non di rado vive sensazioni di insoddisfazione e insofferenza lavorativa - è limitato tra le quattro mura di uno studio e si esplica solo su appuntamento. Gli psicologi possono entrare in classe esclusivamente in seguito al consenso di tutti i genitori e dei ragazzi stessi rispetto alla sua presenza, pena l’accusa di reato di violenza privata (che ricade anche su docenti e dirigente scolastico). Questo significa chiamarlo in causa solo in presenza di disagi o comportamenti patologici ormai conclamati ed osservabili. Significa ridurre le potenzialità del suo intervento proprio relativamente al prevenire il cristallizzarsi di tali disagi e comportamenti.
Il recente Decreto di Legge, proposto dalla senatrice Fasiolo, nasce proprio dalla presa di coscienza della necessità di rendere stabile e disciplinato l’inserimento dello psicologo professionista all’interno degli istituti scolastici, in un’ottica multidisciplinare che, a differenza di tutti gli altri Paesi Europei, in Italia ancora manca.
In tal senso, questa figura professionale può inserirsi in una molteplicità di interventi. Basti pensare alle sue competenze nella predisposizione degli ambienti e degli spazi funzionale alla motivazione e al confronto, nell’individuazione precoce di situazioni devianti, nella metodica di presa in carico dei ragazzi con Bisogni Educativi Speciali, nel supporto e nella formazione dei docenti che si approcciano a tali bisogni, nella presa in carico di famiglie multiproblematiche, o ancora nella stimolazione di interazioni funzionanti e funzionali alla crescita morale e sociale dei singoli, nella constatazione che tra i banchi di scuola non deve svilupparsi un mero nozionismo, ma altresì la capacità di pensare e stare nel mondo in modo cosciente e critico.
L’ultilità e la fattibilità di un simile approccio allo studente e a chi con lui lavora sono chiaramente emersi nell’esperienza pilota di due istituti palermitani. L’istituto dei gesuiti Gonzaga (che tra l’altro già prevede all’interno del suo organico due psicologi sia per le elementari che per le medie e le superiori) e il liceo classico Umberto I, sono le due uniche realtà che hanno incluso lo psicologo come consulente per la programmazione didattica, bypassando, o meglio ampliando il ruolo confinato all’ascolto su richiesta o all’intervento nei casi di emergenza.
I risultati ottenuti sono stati eccellenti. “Semplici” accorgimenti, ma pensati e contestualizzati con competenza. L’eliminazione della tradizionale composizione della classe e la realizzazione di tavoli rotondi nelle mense di continuo scomposte e ricomposte per eliminare i gruppi chiusi; l’elaborazione condivisa di tragedie che sembrano riguardare i singoli ma che in silenzio assumono una veste comunitaria; l’eccessiva autorità, insoddisfazione o indifferenza di insegnanti che, per motivazioni personali o più semplicemente lavorative, hanno perso di vista la loro dedizione per il lavoro, con ricadute notevoli sul buon funzionamento della classe.
Con gli esempi potremmo ancora continuare, tutto ci porterebbe comunque alla validazione della necessità, sempre più evidente in questo secolo così “precario e liquido”, della piena integrazione nell’organico scolastico di questo professionista, per anni ormai messo da parte e spesso vessato rispetto all’utilità suo ruolo lavorativo, per un nuovo e più efficace modo di prevedere, vedere e affrontare i problemi.

Dott.ssa Rosy Gugliotta - Psicologa


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