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ACCESSO ALLA CULTURA COME MISURA DI INTEGRAZIONE

Pubblicato da in Psicologia ·
Tags: disabititàpatologieocularicecitàintegrazionesocietàculturaaccessobisognisoluzioni
Lo sviluppo di patologie oculari, causa di ipovisione o cecità, determina la riduzione o l’assenza di quelle capacità utili ed indispensabili per un adeguato adattamento alla vita quotidiana. Ciò non si ripercuote solo sulla capacità di spostarsi in modo funzionale nello spazio (a casa, a  scuola, a lavoro, nei negozi, negli uffici) o su quella di compiere gesti e azioni (scrivere, leggere, cucinare, lavorare al pc...) ma influenza la possibilità di esercitare quotidianamente uno spazio di autonomia (fisica e psicologica), di affermare il proprio ruolo all’interno della famiglia e della comunità, nonché di mostrare le proprie competenze e abilità. La disabilità non lascia immune nemmeno l’accesso alla cultura. “Buona qualità di vita” significa anche “possibilità di godere della cultura”. Questo vale per il disabile come per chiunque altro. L’impossibilità di vivere a pieno la cultura, la bellezza, l’arte che le nostre città ci offrono costituisce una limitazione che amplifica il peso della disabilità e concorre ad alienare chi ne è portatore dal diritto di piena integrazione. Partiamo dal presupposto che il livello di handicap non è diretta conseguenza della menomazione iniziale: a parità di deficit ogni soggetto vive diversamente la propria condizione, di conseguenza, se di per sé la disabilità necessita di essere elaborata come un lutto, in quanto viene meno una parte consistente delle proprie capacità, l’impossibilità dell’integrazione costringe ad un secondo lutto (quindi ad un livello di “handicap percepito” maggiore), anch’esso costante nel tempo quando non si attivano dei percorsi validi ed efficaci a garantire inclusione. Ecco, dunque, che obiettivi rilevanti di un percorso di adattamento non sono solo il raggiungimento del massimo livello di autonomia possibile nello svolgimento delle attività della vita quotidiana, il benessere psichico o la capacità di sfruttare al meglio ogni capacità alternativa che la persona con disabilità, ma anche la possibilità di vivere appieno passioni o attività prettamente culturali, fruire di uno spettacolo teatrale, di un film o di una performance sportiva superando la limitazione. Facendo specifico riferimento al deficit visivo, in linea generale, questo inficia la qualità di vita di chi ne è affetto, in quanto non rimane circoscritto al sistema oftalmico o alla funzione visiva, ma implica un pieno coinvolgimento della persona, che è da intendersi in relazione allo sviluppo globale (motorio, percettivo, cognitivo, affettivo) se l’esordio della minorazione visiva o cecità è precoce, o, se l’esordio è tardivo, in relazione alla rottura dell’equilibrio psico-fisico che non di rado può sfociare in vissuti depressivi e condizioni psicopatologiche. Benchè tali ripercussioni siano estremamente individuali e legate a numerosi fattori ed esperienze personali – resilienza, percezione di un supporto familiare, presenza di una rete amicale, temperamento, tratti di personalità – è bene riconoscere il ruolo che la società tutta ha nel percorso di riconoscimento, accettazione e integrazione dell’individuo. Il limite visivo compromette diversi aspetti della vita, sociale, lavorativa, interpersonale, di accesso alle informazioni e alla conoscenza, e determina spesso la necessità di appoggiarsi in maniera totalizzante ad un “caregiver” (genitore, figlio, compagno) spesso a discapito della propria autonomia e capacità di autodeterminazione e, ancor peggio, in molti casi può determinare stati di isolamento sociale e vissuti di abbandono. Oggi, fortunatamente, la ricerca nel campo degli ausili ottici ed elettronici ha fatto passi da gigante per facilitare l’accesso alla cultura e all’informazione e favorire l’indipendenza attraverso l’inserimento nella scuola, nel mondo del lavoro e nella vita intellettuale e culturale della collettività. Quanto finora delineato, lascia trapelare le peculiarità dell’esperienza del “viaggio” e della fruizione della cultura in presenza di limitazione visiva, non solo in relazione ai vissuti sopra citati, ma, anche in assenza di questi, rispetto alle più tangibili difficoltà di orientamento, mobilità, accesso alle informazioni, fruizione del singolo bene culturale e condivisione dell’esperienza stessa. Un requisito fondamentale affinchè ostacoli e limitazioni vengano superati nell’ambito della definizione di interventi di valorizzazione e promozione del turismo accessibile è la messa in rete di saperi e competenze che, se scissi, rimangono fini a se stessi. L’implementazione di un network di lavoro diventa una condizione fondamentale che, a partire dai vari e specifici aspetti, vada a soddisfare le più generali e strutturate necessità della persona con disabilità visiva. Il vissuto di un disabile va compreso appieno prima di poter pensare a soluzioni che possano facilitare la sua esperienza turistica e culturale, allo stesso modo la conoscenza delle differenze di bisogni, che partono da differenti condizioni e caratteristiche della patologia, costituiscono un pilastro fondamentale nella strutturazione di tali soluzioni, o si rischia di banalizzarle rendendole poco utili per i veri destinatari.

Dott.ssa Sara Giordanella - Psicologa ARIS e Dott.ssa Rosy Gugliotta - Psicologa


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