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PSICOLOGIA D’EMERGENZA UN PRONTO SOCCORSO PSICOSOCIALE

Pubblicato da in Psicologia ·
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Nell’ultimo mese una pioggia di immagini di case distrutte, pietre su pietre a seppellire centinaia e centinaia di corpi, alcuni da salvare, altri solo da piangere.
Cos’è un terremoto? Cos’è più in generale una catastrofe?
È la rottura improvvisa e incontenibile di tutto ciò che ci circonda, sia essa una cosa fisica o immateriale. Distrugge palazzi, quartieri, interi paesi, ma il fango, i detriti, le scosse si portano via anche le persone più care e con esse la quotidianità, la capacità di reagire che ciascuno ha fino a quel momento avuto, si portano via la piazza del paese, luogo di incontri, di identità individuale e comunitaria, il senso di appartenenza.
Quello che ne può derivare è un trauma psicologico che non può essere relegato in secondo piano rispetto a quello, certamente più vistoso, fisico; un trauma che sicuramente dipende da una risposta soggettiva all’evento, ma che comunque necessita di un intervento immediato quando non elaborato spontaneamente, affinché non cristallizzi le capacità di coping di ciascuno. Un trauma irrisolto è come una zavorra per il cervello, quando tende a “complessizzarsi” racchiude in sé modalità relazionali disfunzionali, somatizzazioni, disturbi d’ansia e senso di Sé carente.
Diviene così evidente la necessità di interventi repentini, volti a favorire l’elaborazione del trauma. E la psicologia d’emergenza risponde proprio a tale bisogno, studiando e agendo a livello dei processi psichici, individuali e di comunità, in calamità naturali o disastri, quando cioè vengono rimodulati per fronteggiare una situazione “acuta”, abbracciando tutti gli aspetti psicologici, sociali, comunicativi e di pronto soccorso.
Vittime primarie, secondarie e terziarie, persone direttamente coinvolte, familiari e amici, soccorritori. Ciascuno di questi attori ha bisogno di non essere lasciato da solo. Il sostegno emozionale è mirato al ri-orientamento cognitivo, alla prevenzione di un eventuale disturbo post-traumatico da stress, alla preparazione dei soccorritori sia prima dell’intervento che dopo le attività di soccorso. Il primo obiettivo deve essere la ricerca delle risorse psicologiche e sociali che stanno alla base della possibilità di ritrovare speranza e sensazione di fiducia. Soltanto successivamente si programmano interventi più mirati, individuali, familiari o di gruppo.
Ma cosa accade dopo un trauma psicologico?
La prima cosa che molti avvertono è un cambiamento interno che prescinde da ogni loro volontà, e una sensazione di rottura interna non riparabile, cicatrice indelebile di quello che si è vissuto. Una delle caratteristiche più salienti di un trauma è la ricorrenza delle immagini ad esso legate non solo in sogno ma anche nelle situazioni di vita quotidiana. Va da sé che una cosa del genere costringe ad un perenne stato di angoscia, di ansia, di paura. Il tentativo disperato di evitare questi ricordi può sfociare in una vera e propria “anestesia emozionale”, con incapacità di provare emozioni e di parlarne, ma anche semplice interesse e partecipazione. È come se si attivasse un doppio meccanismo di apprendimento, un condizionamento classico che rende più sensibili ai contesti simili a quelli del trauma, e un condizionamento operante che implica l’evitamento al fine di ridurre l’ansia. Tutto ciò può anche scatenare una sorta di disinteresse verso il futuro, minaccioso e incontrollabile, che paralizza ogni prospettiva di vita. Quando tutto questo non viene affrontato nell’arco delle prime settimane, si può strutturare un Disturbo Post Traumatico da Stress, che sovrasta il personale sistema di fronteggiamento degli eventi che non vengono così né elaborati né integrati, in quanto il diniego dei nuovi contenuti traumatici viene utilizzato come difesa e non permette una funzionale integrazione con i contenuti precedenti al trauma. Il DPTS viene diagnosticato in presenza di, oltre ai sintomi precedentemente citati, aumentato arousal, iperattività (quindi insonnia, irritabilità, ira, ipervigilanza, mancata concentrazione, esagerate risposte di allarme), che rende palesa dunque la presenza di una componente biochimica a sostegno del cambiamento patologico, ed evidente e persistente stato disagio che si ripercuote sul normale funzionamento sociale, lavorativo e scolastico del soggetto.
Sembra d’obbligo riportare come diversi studi abbiano avvalorato la possibilità di una crescita post-traumatica (ricordando che in generale comunque gli eventi che possono scatenare un trauma psicologico non sono per forza quelli estremi, ma possono anche essere legati ai più comuni abbandoni, mancanza di rispetto, lutti, ecc, ma in questi casi non si parla ovviamente di psicologia d’emergenza), che non esclude comunque la presenza di una sintomatologia come quella sopra riportata, ma che si caratterizza come graduale riscoperta interiore di risorse non pensate atte al superamento del trauma stesso, alla rivalutazione del suo significato e dei propri aspetti di personalità. Il trauma in questo caso fungerebbe da stimolo per riscoprirsi, per ripensarsi, per rivalutare la propria vita, i propri valori e le proprie relazioni.

Rosy Gugliotta - Psicologa


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