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LA MARCIA PER LA DIGNITÀ. NÉ ILLUSIONI NÉ COMMISERAZIONI, SI CHIEDONO DIRITTI

Pubblicato da in Salute e Società ·
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Il piede che sfiora il pavimento appena alzati dal letto, è la soglia attraverso la  quale abbandonando la leggerezza del  sogno entriamo con la pesantezza dei passi nelle nostre giornate stanche dove tutto è atteso, vissuto, scontato, spesso subito e raramente apprezzato.
Ai passi, quelli che ci conducono attraverso le nostre vite e quelle degli altri, affidiamo lo scorrere del tempo per imprimere le impronte delle nostre anime, alla nostra esistenza e alle nostre relazioni. Una equazione perfetta della quale non siamo mai pienamente consci quella tra pensieri, sentimenti, sensazioni, anima e gesti, mani che si stringono, carezze sulla pelle, baci sulle guance, occhi che si guardano, sussurri che giungono leggeri, parole dette e a volte urlate, pacche sulle spalle e abbracci che nella loro intensità trasmettono amore, amicizia a volte ineluttabilità.
Questa è la vita che la maggior parte di noi conosce, così concentrati nel non lasciarci sommergere dalle acque dell’indifferenza altrui, galleggiamo aggrappati ai nostri ego gonfiati di meriti immaginati, senza conoscere mai il senso vero e profondo della vita. Senza  avere mai conosciuto ciò che restituisce dignità alla vita. Vogliamo la vita perfetta, la società di oggi ha costruito modelli in cui la persona perfetta è quella vincente. Palloni calciati da piedi nei quali si concentra tutta l’energia e la voglia di vincere si posano, a volte, davanti… a chi quel calcio non lo può sferrare, a chi quella palla non la può vedere arrivare, ed è come trovarsi davanti ad uno specchio che ci restituisce l’immagine di una “diversità” che spaventa ed allontana, un baratro sul quale restiamo sospesi come funamboli senza sapere che non siamo noi a decidere ma la vita stessa a farlo per noi. La “Marcia per la Dignità” ci ha offerto uno scorcio su un mondo al contrario dove niente è scontato e tutto anelato, dove il sogno continua anche da svegli perché i piedi non possono mai toccare il pavimento.
Guidata e organizzata dal movimento spontaneo “siamo handicappati no cretini”, la “Marcia per la Dignità” ha visto sfilare silenziosamente, con i fratelli Gianluca e Alessio Pellegrino in testa, una  umanità che ha messo a nudo la propria intima sofferenza avanzando verso la Presidenza della Regione, muovendosi dalla Cattedrale di Palermo per invocare l'aiuto a vivere, un aiuto che possa consentire loro di vivere in maniera dignitosa la sofferenza.
Esseri umani coraggiosi, due eroi i fratelli Pellegrino che hanno imbracciato la loro stessa disabilità per puntarla contro un governo regionale che si è dimostrato incapace di garantire assistenza alle persone con disabilità. La disabilità grave è quella sulla quale hanno posto l’attenzione, quella che impedisce di assolvere ad ogni funzione vitale autonomamente. Disabile grave è chi, adulto o bambino, ha un ritardo cognitivo, è chi ha un deficit sensoriale, non vede, non sente, è chi a causa di una malattia degenerativa contrae la sclerosi multipla o la distrofia muscolare, è chi nasce con una patologia congenita come la spina bifida, o chi contrae una paralisi celebrale alla nascita; ma disabile  grave è anche chi lo diventa in un istante in seguito ad una lesione al midollo spinale.
E hanno cominciato la loro battaglia nei confronti di questo governo incapace grazie al potente mezzo televisivo, diventato antagonista, prima tramite le Iene e poi alla rabbia del regista Pif, di una politica regionale che non ha saputo attuare nell’ultimo quinquennio una programmazione che desse attuazione alle leggi nazionali. E parliamo della legge 104 del 1992, della legge 162 del 98 e della legge 328 del 2000. «Crediamo che al centro di ogni politica per la disabilità debba esserci la persona con disabilità e la sua famiglia», scrivono  in un comunicato «Ogni forma di assistenza rappresenta una sorta di estensione del corpo del disabile, le sue braccia, le sue gambe, la sua voce, il suo sguardo. Non assistenzialismo, né vincoli finanziari. Le 3 leggi già esistenti a livello nazionale e il piano triennale frutto di anni di battaglie sono i pilastri su cui fondare qualsiasi ragionamento di politica delle disabilità o eventuali norme attuative/regolamenti a livello regionale».
Non si sono fermati davanti a niente e a nessuno, hanno lanciato appelli al Presidente della Repubblica e al Papa, reclamando che la questione “DISABILITà” venga affrontata definitivamente.
Viviamo in un Paese di stretta connotazione cattolica. Ed è a questa Chiesa che ci ha insegnato il rispetto per la vita che va l’appello del popolo con disabilità, il piano, però, deve essere quello istituzionale.
Ma il governatore di questa regione martoriata, sotto la pressione dell’aggressione verbale di Pif, non fa altro che snocciolare cifre e chiedere tempo, arrivando ad affermare che: «I disabili devono essere una priorità» .  
Adesso?! Sul calar del mandato, mentre gli animi si infiammano sul tema?
Le persone con disabilità in questi ultimi cinque anni sono sparite sotto il peso della vana gloria di chi ha amministrato la sanità pubblica e il governo regionale. Anni disordinati come truppe di soldati che nessuno ha messo in riga. Anni distratti che hanno perso interesse per le persone e per la loro dignità. E bravi oratori, i politici, migliori interpreti di una sceneggiata vista e rivista il cui copione, infarcito di promesse, abbiamo imparato tutti a memoria, “siamo handicappati no cretini” prendo a prestito lo slogan di due coraggiosi eroi, Alessio e Gianluca, che tentano con le loro gesta di svegliare, dal torpore nel quale è sprofondato, un popolo abituato ai proclami in tempi elettorali.
E che dire di un governatorato di Sicilia che ha spostato il suo regno sul palcoscenico delle televisioni nazionali per regalarsi una platea più ampia alla quale svendere una terra, cosparsa di vittime che, se non soccombono, portano su di sé ferite profonde...
Abbiamo assistito a rimbalzi di competenze, a balletti, a menzogne spudorate, a drammi e ipnosi collettive nelle quali ci hanno voluto fare credere che andava tutto bene. Non è così, non lo abbiamo mai creduto e non lo crediamo tuttora, anche se ci hanno ridotto in frantumi e siamo impegnati a raccogliere i cocci ad uno ad uno. Lo dimostrano gli scontri in aula, all’ARS, per cifre che evocate dal Presidente Crocetta, in sede di discussione di bilancio e finanziaria, scompaiono, si sgonfiano, si perdono e poi si ritrovano. Cifre che ballano e che cambiano ad ogni volteggio, 36 milioni, 500 milioni, 135 milioni, per tre mesi… e poi?
La marcia per la dignità continua e non sa che farsene di cifre sbandierate quello che si chiede è il diritto alla vita, quella vita vissuta come ovvia da molti ma come dono da chi, pur avendo poco, apprezza ogni istante.
Ancora vivide le immagini di un corteo che ha  affidato  la comunicazione al silenzio, messaggi che partivano dal cuore e attraverso gli sguardi trasmettevano una comprensione che fluiva dalla  madre al figlio, dall’accompagnatore alla persona con disabilità, legati da una affinità costruita sul quotidiano e che aleggiava su tutti noi che vi abbiamo partecipato, uomini e donne, giornalisti, associazioni, uomini di spettacolo, avvolgendoci di una comprensione straordinaria.
Il corteo non si è fermato, cresce ogni giorno, ci aiuta a prendere consapevolezza di noi e dei nostri limiti. La vita va difesa con l’applicazione delle leggi, non sono carezze né commiserazioni quelle che si vogliono ottenere, ma diritti.
Qualunque sia la nostra persuasione religiosa, nessuno può esimersi dall’invocare l’applicazione delle leggi che restituiscano DIGNITà alla vita.
Ognuno è chiamato al senso di responsabilità che attiene al suo ruolo, politici, amministratori, burocrati, preti, vescovi, il Papa, il medico, il fornaio, il Presidente della Repubblica, tutti devono misurarsi con gli strumenti a loro disposizione per soddisfare i bisogni di ogni persona.
A dare prestigio al ruolo che si assolve è lo spirito di servizio, non la poltrona che si occupa.
La marcia continua.

Antonella Balistreri


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