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CECITÀ COME NUOVO MODO DI SENTIRE LE COSE

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Tags: cecitàspettacolopalermosiciliateatromassimomatteolevaggi
Dicono i Dreams Theater in Take the time «Ora che ho perso la vista ci vedo di più» e questa è la mia chiave di volta per raccontare un’esperienza unica, rara, che mi ha privato per poco della vista. “Cecità” è il nome dello spettacolo del coreografo Matteo Levaggi che ha avuto luogo al teatro Massimo a Palermo dal 7 al 15 Marzo. Così, sabato 11 di mattina, decisi di andare a vedere lo spettacolo. Nello scetticismo iniziale, di chi ha la consapevolezza di essere un tronco perché non sa ballare, ho pensato ugualmente, spinta dalla curiosità, di prender parte a quella che veniva descritta come «una danza che poteva esser toccata e ascoltata».
Nulla faceva presagire ciò che sarebbe successo lì, nella Stanza degli Stemmi e nella Sala Pompeiana. Un corpo di ballo eterogeneo, ordinato nella sua disposizione a scacchi. Il pubblico pagante, a differenza di ogni altra rappresentazione non era seduto. Oltre il pirandelliano teatro che conosciamo, qui il pubblico girava tra le file dei ballerini che, impassibili, restavano fermi nel farsi osservare. Effetto museo, lo stesso che ti coglie quando osservi un’opera metafisica di De Chirico, e ti sembra di guardare quello che il pittore ritrae dall’interno della tela stessa, posizionato lì, al centro e ti senti catapultato in quello scenario, in quella piazza, divenendo parte integrante della raffigurazione. I ballerini erano uniformemente vestiti di nero, nessun particolare li differiva gli uni dagli altri. Avvolti in quel colore del mistero e del buio che suscitava un po’ di angoscia del chissà come sarà questo spettacolo. Ragazzi e ragazze, indifferentemente posti in piedi innanzi a noi, incappucciati, in silenzio, corpo di ballo ben disposto in riga; noi, lì ad osservarli.
Ad un tratto un tonfo, poi un altro, un altro ancora. I ballerini caducano, uno alla volta vanno giù. Sono loro che, con questo incipit di danza di un Dedalo che cade, ci iniziano al mondo di chi non vede. Ad uno ad uno ci scelgono e portano tutti noi spettatori al centro della scena, lì ad ogni spettatore è riservato lo spettacolo personale della guida che danza. Dopo la danza ogni ballerino ha il compito di far abbassare la nostra tensione e, al fine di agevolarci il rilassamento, iniziano ad accarezzarci il volto, le mani, la fronte. Ne viene fuori un affiatamento immediato e allo stesso tempo intimo che si instaura con la nostra guida, è come se dicesse “Fidati di me, ti guido io”.
Così, dopo le prime resistenze psicofisiche si instaura un legame, il rapporto di fiducia è avviato e giunge il momento di addentrarsi all’esperienza sensibile. Piruette, inchini, volteggi leggiadri nell’aria per ogni spettatore, poi ad un tratto il buio assoluto. Ci viene posta sugli occhi una benda, adesso possiamo solamente “Sentire”. La musica evocativa di David Lang e Brian Eno ci accompagna in sottofondo durante tutto lo spettacolo.
Qui inizia l’esperienza del sentire. Ad un tratto odori e rumori si alternano. Le guide si allontanano, si riavvicinano, si mescolano, le mani cercano appoggi e ti ritrovi solo. Panico, smarrimento. Si avvicina qualcuno, ma non è la mia guida, non so chi sia, adesso è ritornata, sento che è lei dal tatto, dal profumo. Torna la quiete in me, non sono sola, non mi lascia cadere. Mi prende le mani e le guida lungo il corridoio. Coi polpastrelli sento piante, pilastri, muri lisci e ruvidi, e ancora piante.
A quel punto i colori scorrono nella mente, o forse dal frastuono nemmeno ci penso ai colori, ma poi cosa sono i colori se non vedo?  
Ad un tratto mi lascia sola e mi sento smarrita mentre il corpo di ballo simula rumori frastornanti nella sala dell’Eco e delle piacevoli essenze di fiori riempiono la stanza. Penso a cosa potesse rassomigliare ciò che sento, sia dal naso sia dalle orecchie e allora la fantasia mi trasporta in luoghi fantastici e incantati, forsanche incontaminati, dove le ginestre si alternano ai gelsomini e alle fresie.
Quando la guida si riavvicina torna la pace in me. Non sono sola. Dal silenzio è uscita una danza, un passo a due e poi nuovamente da sola. Il passo a due tra me e la mia anima; si perché in questo strano e inusuale spettacolo sei tu che viaggi dentro te stesso, nella tua dimensione più sacra.
La guida non sai come sia in volto, non sai chi sia, è un Virgilio a volto coperto, un Caronte traghettatore senza spasmi. Nel buio assoluto il frastuono ti genera caos attorno, vai cercando appigli e sei ben grato quando qualcuno ti presta il suo appoggio. Sara, a fine spettacolo scopro il suo volto e il suo nome, mi ha accompagnata in questo viaggio sensoriale, con la sua leggiadria e la sua essenza ha conquistato la fiducia di una falsa cieca. È stata lì a guidarmi nella mia cecità. Era lì lei e la sentivo, ma, più di ogni cosa, ciò che ho sentito è stata la mia intima presenza, perché una simulazione di questo tipo ti fa capire cosa voglia dire esser pieno di sensi e riuscire a sentire, ma soprattutto, cosa voglia dire vedere col cuore, sentire le emozioni.  
 L’essenziale è invisibile agli occhi” e a questa massima sento di non sapere e di non poter aggiungere altro se non che il sogno finisce quando la guida svela il suo volto e il suo nome e ti senti catapultato nella realtà. Un frastuono che, svelata la luce, fa pensare ai primi attimi di vita, un'esperienza onirica che, paradossalmente, ti rende desto mentalmente attivando tutti quei costrutti che trascuri ordinariamente, ma che, nell'accezione del caso, attingi come fonti certe di conoscenza sensibile.

Chiara Serafina Di Stefano


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