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MIGRAZIONE SANITARIA: COME SOGNARE A VIVERE MEGLIO

Pubblicato da in Salute e Società ·
Tags: migrazionesanitaria
Le migrazioni sono sempre delle tragedie e noi della Sicilia ne sappiamo qualcosa. Sull’argomento abbiamo una notevole esperienza con tutti i flussi che giornalmente arrivano alle nostre coste. Avvertiamo, però, specie in occasione della celebrazione del 60° della firma dei Trattati della U.E., un grave isolamento europeo che mai ci saremmo aspettati, isolamento ingiustificato che rende impossibile una reale e definitiva regolazione del delicato fenomeno. Certo chi emigra è una persona sfortunata, che per motivi vari è costretta a lasciare il proprio Paese e con esso gli affetti più cari.
Ma quali motivi vengono addotti per emigrare? Anzitutto motivi di sicurezza; essendo taluni invisi al regime del proprio Paese, prima che sia troppo tardi, ritengono tagliare la corda e abbandonare tutto, sparire con la famiglia, partire lontano lasciando radici, affetti e ricordi, in cerca di un paese pacifico e ospitale per iniziare una nuova vita al riparo di persecuzioni, minacce e morte. C'è poi chi emigra perché magari vive in uno Stato povero che non gli garantisce un lavoro e quindi un reddito sufficiente per sostenere la propria famiglia, anche se, come spesso avviene, quello Stato dispone di risorse sufficienti a garantire alla popolazione buone condizioni di vita. Come ciò sia possibile, solo l’insipienza di chi governa quelle terre e di chi sfrutta quelle risorse per egoismo e tornaconto personale (realtà esterne allo Stato sfruttato ospitante) può darcene una spiegazione. Tutto questo, in generale, interessa chi appartiene al mondo cosiddetto sotto sviluppato economicamente e culturalmente, perché in quello occidentale la vita oggi dà problemi diversi.
In quest’ultimo caso possiamo fare riferimento ad una terza categoria di migrazione che interessa alcuni paesi del più ricco e avanzato mondo occidentale, e quindi anche l’Italia; ed è proprio agli italiani che pensiamo quando parliamo di migrazione sanitaria. Sono circa 750.000 secondo stime attendibili (anno 2015), i malati, adulti, bambini, giovani, anziani ecc. che vanno fuori regione a curarsi. Questi malati sono accompagnati da oltre 600 mila familiari che li assistono nei ricoveri, visite e cure. Di essi, il 54% va in centri di eccellenza altamente specializzati, mentre il 21% si reca fuori per impossibilità a curarsi nella propria terra o perché manca la struttura dedicata o per ragioni di lunghe liste di attesa o per turismo sanitario, perché abbinano l’utile al dilettevole e cioè il turismo con le cure in città dove ci sono tariffe migliori rispetto alla propria regione. Di quest’ultima categoria non intendiamo parlare perché, rispetto alle prime, diverse sono le motivazioni anche se unica è la matrice, cioè andare all'estero abbinando alle cure l’aspetto artistico-ricreativo ed il risparmio.
A questo punto una riflessione va fatta: quante sono le persone interessate alla migrazione sanitaria e quali i costi?  L’esodo da una regione all’altra interessa oltre un milione di italiani e vale 4,1 miliardi di euro all’anno. Una cifra non indifferente su cui occorre riflettere, anche perché a pagare è sempre il Sud. Solo per fare qualche esempio, nel processo di fuga dalle regioni la Campania perde 281 milioni, segue la Calabria con 275, il Lazio con 231, la Sicilia con 189, la Puglia con 184, la Sardegna con 65. Il Nord, di contro, ha un bilancio in attivo e le Regioni che guadagnano sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Veneto, il Molise, l’Umbria e il Friuli V.G.  Un’enorme ricchezza di risorse che dal Sud si sposta verso il Nord e che investita non fa che aumentare il gap Nord - Sud in tema di assistenza sanitaria, gap che unito al mancato sviluppo sociale crea un sistema di contraddizioni all’unità, alla solidarietà ed equità del Paese.
Come è evidente, dalla graduatoria la Lombardia è tra le preferite dagli italiani che escono per cure e perciò incassa 76 milioni dalla Campania, 80 dalla Puglia, 66 dalla Calabria, 98 dalla Sicilia, 32 dalla Sardegna. E fin qui sono i conti di cassa matematici, importanti, rilevanti per meditare; ma non gli unici elementi che ci inducono a riflettere perché quei soggetti in esodo appartengono ad una categoria di malati che oltre alla patologia soffrono i disagi di stare fuori casa, lontani dal lavoro, dagli affetti, spesso anche per diversi mesi. Tutte queste problematiche vengono sofferte in prima persona dai malati, ma anche dai parenti: i genitori per i figli malati, gli accompagnatori e caregiver per taluni malati oncologici, che tante volte perdono il posto di lavoro per le lunghe assenze.
La politica a questo fenomeno sembra indifferente, non mostra attenzione, lo trascura, eccome! Al più rileva i dati di contabilità per parlarne con distacco in qualche convegno e con riserva di interventi che poi regolarmente non arrivano. Eppure è un fenomeno grave, antropologico, diffusivo e sociale che andrebbe monitorato e, assecondando l’impegno civico e morale presente in ogni essere umano, studiato per trovare soluzioni dirette a renderlo marginale, e quindi rendere il servizio sanitario più umano.
 Se è vero, come è vero, che siamo un popolo civile che vive in una comunità, dobbiamo ammettere che non è civile questa migrazione carica di costi, problemi e disagi insopportabili. Ogni persona che si muove non è un numero che fa statistica, ma un essere umano, carico non solo di sofferenze ma anche di diritti, tra cui spicca, perché fondamentale, quello alla salute garantito dalla Costituzione.

 
Luigi Anile - Presidente Comitato consultivo Asp Catania


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