DALLA PASSIONE AL CRIMINE: APPROFONDIMENTO PSICO-SOCIALE DEL FENOMENO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE - Unione News - unione no profit società e salute news | unionenoprofit

Unione Associazione No Profit News

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

DALLA PASSIONE AL CRIMINE: APPROFONDIMENTO PSICO-SOCIALE DEL FENOMENO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

Pubblicato da in Psicologia ·
Tags: violenzadonnegenere
La violenza intrafamiliare, in generale, e quella agita nella coppia, nello specifico, s’insinuano silenziosamente tra le mura domestiche, rimanendo spesso nascoste, negate o banalizzate come fenomeni privati da relegare tra i “segreti familiari”.
È stata da poco celebrata, proprio il 25 Novembre, la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne, e proprio questo argomento ci avviamo ad approfondire, provando a delineare un quadro, seppur ridotto, del suo esplicarsi e delle sue basi.
Intesa quale comportamento che lede fisicamente, psicologicamenre, socialmente una persona, la violenza ai danni della partner assume delle caratteristiche peculiari che la contraddistinguono rispetto all’aggressività generica: si pensi anche solo all’elemento emotivo che mette in gioco, essere maltrattate per mano della persona che si ama e da cui ci si aspetta amore e protezione. Credenze e aspettative crollano e l’ambiguità del rapporto e della sua rappresentazione interiore assume la forma di una catena: da un lato l’amor proprio, la paura e il buon senso che spingerebbero a non accettare di subire, dall’altro l’amore promesso, l’ideale di coppia o di famiglia, il rispetto per ciò che è stato e per la coerenza delle proprie scelte, cui si aggiunge la paura di una possibile escalation delle azioni violente che inibisce l’allontanamento dal partner abusante. E proprio quest’ultimo elemento è quello che consente poi l’innescarsi e il consolidarsi del ciclo della violenza, un susseguirsi di fasi che vanno dall’accrescimento della tensione alla violenza vera e propria, fino alla fase del pentimento, quella che incastra la donna all’interno di una falsa speranza di ricongiunzione e superamento dell’accaduto, che spesso invece purtoppo si confugura soltanto come anticipazione del peggio. Perchè di falsa speranza si tratta. Ci si deve disilludere di fronte all’idea della possibilità che tali uomini cambino!
Gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso subirono una forte sensibilizzazione del movimento per i diritti civili delle minoranze comunitarie, cui si accodò quello femminista con enormi riscontri sull’opinione pubblica. La prospettiva femminista si scontrava con una società radicata nel paternalismo e nel maschilismo, strutturata sull’indipendeza maschile e la dipendenza femminile e su comportamenti che rafforzavano la diseguaglianza tra i generi e la marginalizzazione economica del “gentil sesso”. Oltre al superamento delle differenze di opportunità e all’abbattimento del dominio maschile, tale movimento risultò altresì fondamentale per arginare tutti quei luoghi comuni che mettevano a tacere grandi soffereze nascoste, come la violenza di genere, e più nello specifico quella domestica, occultata da una cultura che la legittimava piuttosto che punirla, dai grandi valori di una famiglia indissolubile che doveva resistere al “fin che morte non ci separi”, dall’antico mito della mascolinità per cui l’uomo quando vuole si prende quello che vuole, da privilegiato possessore del corpo, e non solo, femminile.
L’adesione a ideologie mascoline sembra essere uno dei principali fattori di rischio per la violenza domestica. La discriminazione della donna è da sempre stata una concezionme ben radicata in culture anche molto differenti tra loro e ciò ha portato al supporto, anzichè al biasimo sociale, delle varie forme di prevaricazione con cui tale concezione si poteva tradurre. Prima fra tutte è la famiglia a veicolare ideali e aspettative opposte in base al genere: la virilità maschile si musura con il coraggio, l’indipendenza, la capacità di nascondere emozioni, il pugno fermo e il controllo sull’intero nucleo familiare, oltre che sulla partner. Tutte qualità opposte a quelle che ci si aspetta invece nelle donne, sottomesse, pazienti, dipendenti e tendenzialmente più fragili. Tenendo in considerazione che questa non è una condizione né necessaria né sufficiente alla definizione di un uomo violento, tuttavia sembra che l’aver avuto una famiglia di origine con solidi ideologie di questo tipo o l’aver assistito o subito frequentemente a comportamenti aggressivi può poi divenire condizione di rischio, in quanto questi possono strutturarsi quale unico modello di pensiero e di comportamento accessibile. Tale  riflessione va a sostegno del ruolo della trasmissione inter- e trans- generazionale, evidenziata da diversi studi: praticamente al processo di socializzazione si va a sostituire quello di violentizzazione, in cui le continue e negative esperienze hanno strutturato un meccanismo di difesa che prende il nome di identificazione con l’aggressore.
Quanto sopra detto di certo consente la delineazione di un continuum della violenza di genere che si esplica tanto a livello evolutivo, dall’infanzia fino all’età adulta, quanto a livello culturale. Si pensi alle mutilazioni genitali in diversi Paesi dell’Africa e culture islamiche, all’infibulazione in alcune culture arabe e del sud-est asiatico, alla pratica del loto d’oro risalente al regno dei Tang in Cina (960 d.C.) o del sati in India (vietata fina dal 1829 ma non per questo del tutto scomparsa). L’approccio psico-sociologico a tale tematica ha più volte difatti evidenziato come molti stili comunicativi e comportamentali, così anche quelli improntati sull’aggressività e sulla subordinazione della donna all’uomo, siano appresi e a propria volta attuati.
La battaglia femminista, nel corso soprattutto degli ultimi tre decenni, ha permesso di accrescere la sensibilizzazione sociale nei confronti di tale ampia e complessa tematica, soprattutto in relazione alla violenza agita nella coppia, e di far luce su dati che tutt’ora sono realmente allarmanti, basta guardare alla realtà del nostro Paese (fonte: Dati Istat 5 giugno 2015):
  • 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri (652 mila) e tentati stupri (746 mila);
  • 3 milioni 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita (il 16,1% delle donne).
  • sono i partner attuali o precedenti a commettere le violenze più gravi, con una percentuale che si aggira intorno al 62,7%;
  • le donne separate o divorziate hanno subìto violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre (51,4% contro 31,5%);
  • 1 milione 524 mila donne hanno subìto stalking dall'ex partner, 2 milioni 229 mila da persone diverse dall'ex partner.
Decenni di studi, formulazioni teoriche e trattamentali per delineare le giuste definizioni, l’andamento del fenomeno e le sue possibili manifestazioni hanno in realtà mostrato diverse falle nella loro efficacia rispetto alla prevenzione e alla riduzione delle recidive, limiti che possono essere spiegati a partire dall’ampia eterogeneità delle caratteristiche psicosociali degli abusanti domestici, eterogeneità che risulta avere ancora più senso quando si pensa che tra le varie caratteristicche personali possono anche figurare specifici tratti, se non veri e propri Disturbi di Personalità.

Rosy Gugliotta - Psicologa


Editore

UnAnpss Onlus


Redazione c/o ARIS

Via Ammiraglio Gravina, 53

90139, Palermo (PA)


Direttore Responsabile

Rocco Di Lorenzo


Redazione

Vincenzo Borruso, Rossella Catalano, Rosy Gugliotta, Davide Matranga



Registrazione n.4448/2011 del 07/12/2011


Articoli per mese

Sede Legale: Via Trabucco 180 - Palermo (A.O.O.R. Villa Sofia-Cervello)

Sede Operativa: Via Ammiraglio Gravina 53 - 90139 Palermo

C.F. 97187790825

Tel. 091 7782629/091 6802034

Email: unioneassociazionipa@gmail.com





Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu